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[Se aveste a disposizione una macchina del tempo, riuscireste a resistere alla tentazione di viaggiare nel futuro per vedere le vostre fortune? Scoprire chi vincerà il campionato di calcio nei prossimi 20 anni, tornare indietro e scommettere ogni anno tutti i vostri averi su un vincente sicuro; evitare la vostra morte violenta, salvare una vita cara… Ingannare il destino.]

1. L’IDEA

“Ora”, disse Silvio a sua moglie, “parto per un lungo viaggio. Non mi vedrai per anni ma tornerò e ci rivedremo”.

La moglie di Silvio era distrattamente sorpresa. Distolse lo sguardo dallo schermo della TV mentre un palestratissimo e abbronzatissimo analfabeta faceva il sostenuto circondato da una decina di scosciatissime e biondissime galline.

“Dove vai?”.

“Vado nel futuro. Sono sicuro che sarai incazzata quando ci incontreremo, ma ti assicuro che lo sarai per poco perché, dopo che ti avrò vista, scomparirò di nuovo e tu mi rivedrai stare in piedi davanti a te proprio in questo punto. Tra cinque minuti esatti”.

La moglie di Silvio era comprensibilmente confusa. Aveva già difficoltà a capire il concetto di canale “+1”, figuriamoci un ragionamento bislacco come quello! Camuffò uno sguardo interessato.

“Sono curioso di vedere che fine faranno i nostri 350mila euro se li investissi in certe opzioni e li lasciassi lì per un po’”, continuò Silvio. “Ho deciso di andare vent’anni nel futuro per vedere i frutti dell’investimento”.

“E se non riuscissi a tornare indietro?”. Fu una domanda che le parve sensata per assecondare l’evidente temporanea infermità mentale che le stava davanti e le parlava.

Una breve pausa, poi Silvio riprese ignorando le parole della moglie: “Spero di aver fatto la scelta giusta”.

“Che cosa ti preparo per cena?”. Le uscirono così, a pulire con uno straccio di pensiero le macchie di follia del marito.

“Non mi preparare nulla, per ora; ma tra cinque minuti ti dirò quello che mi va”.

Piombò di nuovo nella confusione da canale “+1” mentre il marito, detto questo, scese in cantina.

Sua moglie, ancora un po’ perplessa, sciabattò fino alla cucina e si mise a preparare la cena; con o senza preferenza del marito avrebbe intrugliato qualcosa. Nel retrocranio le rimaneva un disagio evanescente per le parole che aveva sentito ma in pochi minuti le dimenticò completamente, tutta intenta a sgusciare uova e a piangere, non sapendo se per il rifiuto dell’energumento analfabeta all’anoressica inebetita di turno o per le cipolle.

Più tardi, quella sera, la moglie di Silvio scese le scale della cantina e bussò alla porta in tamburato, scorticata e sbiadita da anni di umidità. Mentre aspettava una risposta da Silvio, pensò che forse avrebbero dovuto farla rivitalizzare un po’ da un falegname. Anzi, forse sarebbe stato il caso di far sistemare tutte le porte di casa. Ormai erano un anni che non facevano fare alcuna manutenzione. Tra un pensiero e l’altro Silvio non dava segni di vita. Bussò di nuovo, di nuovo e di nuovo. Niente. Decise di entrare nel laboratorio. Silvio non c’era!

“Eppure non l’ho sentito salire”. Dove diavolo si era cacciato quel nano bagongo? Possibile che fosse uscito così, senza neanche salutare?

Tornò in cucina ad apparecchiare. Quando la cena fu servita, e le luci della sera appassirono i colori del giardino, la moglie di Silvio lo chiamò nuovamente a gran voce ma non ottenne risposta. La casa era silenziosa, il giardino deserto.

“Non mi piace questa storia”, pensò. “Non sgarra di un secondo quando c’è qualcosa nel piatto! Nano, bagongo e ingordo”.

La minestra nel piatto di Silvio si raffreddò e sua moglie la mise nel forno per tenerla calda, nella speranza che lui la vedesse una volta rincasato. Per maggior sicurezza attaccò un post-it adesivo al vetro dello sportellone e andò a dormire. “La cena è nel forno, che ti vada di traverso”.

La mattina seguente, la minestra di Silvio era ancora tiepida nel forno in cui l’aveva messa e il post-it si era staccato e si era andato a incastrare sotto il frigorifero, assieme ad altri strati di prodotti organici accumulati nel tempo. La minestra la guardava dal vetro: lui non l’aveva neanche toccata! Sua moglie lo cercò nuovamente, lo chiamò ma non riuscì a trovarlo; suo marito non era in casa.

Dopo un paio di giorni di attesa e di pianti e sfuriate col parentame, la moglie di Silvio decise di contattare le autorità e di raccontare l’accaduto. Gli investigatori ispezionarono la casa in cerca di indizi ma tutto quello che riuscirono a riscontrare fu un punto leggermente scolorito del pavimento della cantina.

“Ha detto qualcosa prima di scomparire?”, chiesero.

“Torno tra cinque minuti…”, disse lei.

I poliziotti si guardarono con quello sguardo che si vede solo nei film ma che significa “povera gonza” in ogni lingua del mondo. Dopo che furono andati via, e dopo molti altri giorni ancora, dopo settimane e mesi, il caso fu ufficialmente chiuso. Silvio era scomparso ma siccome non furono trovate prove di reato, si decise che aveva semplicemente mollato la moglie al proprio destino.

La moglie di Silvio non ne fu rallegrata.

 

2. QUANTO VALE IL FUTURO?

Gli anni passarono e la moglie di Silvio si procurò un lavoro che le permise di vivere un po’ al di sopra della soglia di povertà. Ogni santo giorno, mentre lavorava, malediceva il marito per averla abbandonata. Giorno dopo giorno. Non lo avrebbe mai perdonato. Mai! Il suo bel volto si solcò di rughe e il bel sorriso che una volta le vestiva le guance si trasformò in una smorfia permanente, un ghigno di rabbia e frustrazione.

Un giorno, venti anni dopo la scomparsa del marito, la moglie di Silvio sedeva al tavolo di cucina quando sentì un rumore provenire dalla cantina. Si spaventò a morte: nessuno vi aveva più messo piede da quando – Dio come le aveva fatto male – quel poliziotto gettò uno sguardo del tipo “povera gonza” al collega. Chi diavolo c’era giù in cantina? Topi? Sentì un rumore di passi che lentamente salivano le scale  – no, non potevano essere topi – e, d’un tratto, la porta si aprì e davanti ai suoi occhi non apparve altri che suo marito Silvio! Non era invecchiato di un solo giorno da quando era scomparso.

“Tu!”, riuscì a comporre lei con la gola congelata in una paralisi di sgomento e confusione.

“OK, quanto valgono i nostri 350mila euro?”, chiese Silvio.

“Dove diavolo sei stato?”. La gola le si stava sbloccando, scongelata dal calore della rabbia montante.

“OK, OK ma quanto valgono i nostri 350mila euro? Devo sapere se ho investito saggiamente oppure no”.

“Mi hai lasciato vent’anni fa senza nulla di cui vivere e ti aspetti di trovare ancora qualcosa di quei 350mila euro?”. Sentiva che la paresi che si era estesa al corpo stava venendo meno. Presto avrebbe guadagnato l’uso delle braccia e gli avrebbe scaraventato addosso qualsiasi cosa, nell’attesa di recuperare la mobilità delle gambe per prenderlo a calci.

“Li hai spesi tutti?!”, chiese Silvio. “Oh, grandioso. E’ semplicemente grandioso! Torno subito!”.

Detto questo Silvio scomparve di nuovo, inghiottito dall’oscurità delle scale che scendevano in cantina.

“Silvio? Silvio, dove sei?” chiese la moglie di Silvio prima di notare un brillante lampo blu provenire dallo scantinato. Silvio era scomparso di nuovo.

La moglie di Silvio tornò a sedersi al tavolo in cucina. Si prese la testa tra le mani, troppo pesante per stare ritta sul collo, e si sforzò di ricordare che cosa diavolo fosse accaduto. La sua mente era in subbuglio, non riusciva a ragionare. I pensieri apparivano, si formavano, cambiavano improvvisamente e i ricordi si tramutavano in incertezza. I 350mila ero erano stati… erano stati. Pensò. Ma certo, non li aveva toccati nessuno quando Silvio scomparve la prima volta ma adesso iniziava a ricordare cose diverse da quanto le pareva certo fino a pochi istanti prima. I 350mila euro erano stati depositati da Silvio in un fondo; un fondo dal quale lei non avrebbe potuto togliere un centesimo per venti anni esatti. Poi, ricordò che quando le autorità la informarono che Silvio l’aveva abbandonata e non erano riusciti a rintracciarlo, lei lo fece dichiarare morto così che il fondo passò legalmente a lei e ne ebbe piena titolarità e accesso.

Mentre queste nuove memorie le si formavano in testa, ci fu un nuovo lampo azzurro giù in cantina. Ancora passi sulle scale e Silvio entrò in cucina con piglio deciso.

“Il valore?”.

“Te l’ho detto, li ho spesi”.

“Ma se li ho messi in un fondo!”.

“Ti ho fatto dichiarare morto”, disse la moglie di Silvio.

“Oh, cazzo!”, disse Silvio con poco garbo. “Torno subito”.

Un altro lampo di luce e la moglie di Silvio era di nuovo seduta, stordita e confusa.

“Gli ho detto che li ho spesi? Speso cosa?”, pensò.  Aveva cercato di recuperare una parte dei soldi dopo che Silvio l’aveva lasciata Quando era andata a chiedere quanto fosse rimasto dei loro 350mila euro scoprì che Silvio aveva prelevato tutti i soldi, che aveva chiuso il conto e che li aveva nascosti da qualche parte. Ma dove?

Ancora un lampo di luce e Silvio tornò per la terza volta in cucina arrivando dalle scale della cantina.

“Lo sai quanto mi hai lasciato? Mi hai lasciato senza niente di cui vivere, stronzo!”.

“Non ti preoccupare, questo sarà solo un brutto sogno”, la rassicurò senza rassicurarla Silvio.

“Se non fosse stato per alcune monete d’oro che ho trovato sepolte in giardino non sarei mai sopravvissuta”.

“Hai trovato le monete d’oro?”.

“Allora è lì che avevi nascosto i nostri soldi!”, disse la moglie di Silvio. “Bene. Allora sono contenta di averli trovati e di averli spesi tutti!”.

 

3. EPILOGO

Silvio tornò nello scantinato senza dire una parola e scomparve nuovamente. Sua moglie rimase seduta, immobile, aspettando che lui apparisse ma non lo fece più. Si alzò e andò a cucinare. Pensò a suo marito e si sforzò di rimanere arrabbiata con lui; all’improvviso non riuscì a trovare un solo motivo per il quale avrebbe dovuto essere arrabbiata con lui. Abbandonata? Non l’aveva mai abbandonata. Che cavolo di fantasia le era venuta in mente? Appena aprì la saliera per addomesticare le uova nella padella, Silvio entrò in cucina.

“Allora, hai deciso che cosa vuoi per cena?”, chiese. “Non ho ancora iniziato a preparare; guarda che poi t’arrangi, eh?”.

“Lasciami stare, non ho fame”, disse Silvio e sedette al tavolo di cucina.

“Che cosa c’è che non va?”.

“Non puoi proprio tenere le tue manacce tentacolari lontano dai nostri soldi per almeno vent’anni?”.

“Cosa?”.

“Non ti posso lasciare per venti pidocchiosissimi anni che tu ti spendi tutto quello che abbiamo messo da parte!”.

“Ma di che diavolo stai parlano, tesoro? Sei stato via per cinque minuti e già ti fai problemi per i prossimi vent’anni?”.

Silvio rivolse uno sguardo sottile alla moglie nella sua versione giovane.

Che sarebbe successo se l’avesse ammazzata? Avrebbe potuto strangolarla subito, andare nel futuro, vedere che fine avevano fatto i 350mila euro, tornare indietro qualche minuto prima dell’omicidio e vivere felice con lei da quel momento in poi.

“Mi fai vedere quella salvietta per asciugare i piatti per un secondo?”.

La moglie di Silvio gliela passò e, con sua grande e disperata sorpresa, lui gliela fece girare attorno al collo e  strinse fino a soffocarla, mentre la rassicurava senza rassicurarla: “Non ti preoccupare, tesoro; è solo un esperimento”.

Silvio tornò in cantina e venti anni dopo apparve nello stesso punto in un lampo di luce azzurra.

“Chi c’è lì sotto?”, chiese un uomo precipitandosi giù per le scale.

Silvio non ci aveva pensato. Cercò un posto dove nascondersi ma era troppo tardi.

“Di’ le tue preghiere, barbùn!”. Un esponente leghista. Armato. Il nuovo proprietario di casa aveva un fucile.

“Aspetti! Posso spiegarle!”, implorò con un tono che voleva essere rassicurante. Come sempre non rassicurò. Era davvero troppo tardi. Silvio fu colpito all’istante e cadde all’indietro, morto stecchito. Una fine miserabile per un esperimento fuori dal comune.

Un esperimento fuori dal comune
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Un esperimento fuori dal comune ultima modifica: 2017-10-20T22:50:27+00:00 da marcofan

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